Il cocomero è il frutto estivo d'elezione, forse non è proprio un frutto ma va bene lo stesso.
Quando lo mangi è fresco e zuccherino e ti dona quella sensazione di "gonfio" allo stomaco che ti riconcilia col mondo (o quasi). Sarebbe bello se tutti avessero il loro cocomero.
Sarebbe bello anche che io avessi il mio, ti consola e ti conforta, il suo succo, e anche se ha i semi poi li sputi e nascono altri cocomeri.
E' bello e buono, verde di fuori e rosso dentro.
Anche il suo peso è piacevole, un cocomerino di tre etti mi deprimerebbe, invece l'anguria riempie la borsina di plastica e le dita ti si gonfiano, strizzate dai manici tesi e stirati, che soddisfazione quando lo posi sul tavolo di cucina e fa TONK!
Lo puoi fare a fette sottili, trasparenti, tanto che ci puoi vedere attraverso, carneo e roseo, il mondo soffuso da un alone.
Oppure puoi tagliarlo a spicchi così grossi che quando ero piccolo, era una sfida finirli.
Se ci bussi sopra suona rotondo, ha un rumore elastico che rimbomba, contiene segreti.
E' sempre abbondante, ci si può mangiare in due senza preoccuparsi che finisca e ci si può giocare fra uomo e donna dei giochi dell'amore.
Tutti aspettano al tavolo la loro fetta e ognuno fa come crede, si mangia a morsi oppure col coltello: qualcuno si trastulla ed altri vogliono il bis.
Il cocomero è come la vita che agli ultimi morsi è un po' acida e acquosa ma ha la polpa crocchiante e dolce... o no?
A volte ti guardo dolce amore mio, e una malinconia, come una piccola trafittura, mi punge all’improvviso. Invecchierai, e io con te. La tua serica pelle, levigata da mille carezze le mie mani ricorderanno. I miei poveri occhi stanchi terranno racchiuse, fra rugose e rammaricate palpebre, le immagini dei nostri corpi avvinti, snudati dall’arrossato desiderio. Questa voce che mi culla, oggi, che lei da sola basta a movermi dentro un sorriso di felicità, il tempo l’avrà arrochita, resa fievole, come un povero respiro di vento, soffiato da sotto un uscio mal chiuso. Le mani tue sono un groviglio di sensazioni che mi destano la pelle, grimaldelli precisi che m’aprono le porte del cuore e tal giorno, da qui a quando moveremo lenti i passi, tremeranno! All’improvviso mi capita questa malinconia, il riflesso d’un’uggia di quei giorni, quando il luccichio della falce sarà appena fuor dalla finestra, e non basterà a niente toglierci gli occhiali per dimenticarsene, oppure, volgere il debole sguardo alle foto dei nipoti, appese come feticci alle pareti. Allora mi rattristo, sapendo che ci sarà un tempo in cui saremo inesorabilmente separati. E’ un attimo: la fitta è andata; mi domandi cosa penso e io sorrido ebete rispondendo con un “niente.”