Si fa un gran parlare nei media della legge che regolerà le unioni di fatto nel nostro paese, cioè di tutte quelle unioni fondate sull’affetto che non siano riconducibili ai due format tradizionali di matrimonio religioso o civile. Come al solito le posizioni sono variegate e si va dalla intransigenza più assoluta nel negare diritti (e doveri) ai cittadini che scelgono di non sposarsi ma di convivere, fino al malcontento di chi pretende riconoscimenti ben più rilevanti. Sostanzialmente la legge regolerà questioni d’eredità, stabilendo quote spettanti al convivente in relazione a eventuali figli, reversibilità della pensione, affitto dell’abitazione, e, dall’altro versante, affida al convivente alcune prerogative tradizionalmente associate al matrimonio, come, per esempio, la possibilità di prendere decisioni in materia di assistenza sanitaria o in caso di morte. Si precisa tra l’altro che: Nel rispetto dell’art. 29 della Costituzione e nella linea già tracciata dalla giurisprudenza costituzionale, il disegno di legge non prevede alcun nuovo istituto giuridico o strumento amministrativo che possa ledere i diritti della famiglia o prefigurare istituti paramatrimoniali. Trattasi, a mio modesto parere, di una leggina, il minimo indispensabile che uno stato ha il dovere di fare verso tutte quelle persone che, per i casi della vita, si son trovate a vivere l’affettività in modo diverso da quelli canonici. Eppure… anche così, la chiesa con la cì minuscola ha tuonato contro la modernità. Per bocca di alti prelati ha ordinato ai fedeli di combattere, affinché una simile legge non abbia a passare. Perché? Che gliene importa a codesti figuri medievali, se due divorziati da matrimonio civile convivono, o lo stato stabilisce che la signora y ha diritto di parola sulla sepoltura del signor x? Che gliene cale se due omosessuali vedono riconosciuta ufficialmente la loro convivenza? Ho subdolamente pensato che in fondo qualche ragione ci deve essere, per esempio, il fatto puro e semplice che una società costituita da coppie DICO non significherebbe la fine della società e che, anzi, potrebbe persino andar meglio. Significherebbe forse la fine della chiesa stessa: chi, infatti, insegnerebbe ai figli ad andare in chiesa? Chi inculcherebbe nei giovani germogli il sano timor di dio? Chi, voltate le spalle alle vecchie istituzioni familiari, vorrebbe la propria discendenza ancora abbarbicata a una idea di società e quindi di mondo, appartenente a quel passato che ostinatamente la chiesa cattolica romana vuole riportare in auge? Pare ovvio che, in un breve volgere di tempo, venendo a mancare il cosiddetto ricambio generazionale, la chiesa si troverebbe a subire una delle peggiori crisi della sua storia bimillenaria (non dimentichiamoci che dalla costituzione europea è stata estromessa come una delle radici fondanti). Stupisce la mia intelligenza, il fatto che la storia non abbia insegnato alla gerontocrazia vaticana, quanto inutile e fomite di sofferenze sia andare contro le istanze etiche e culturali di una società in perenne divenire qual è la nostra. Basti ricordare il processo a Galileo, a Giordano bruno e la continua, estenuante controversia contro il darwinismo che non accenna a spegnersi, nonostante 150 anni di prove raccolte in favore della teoria dell’evoluzione e in tempi più recenti, la contrarietà al divorzio, all’aborto, alla contraccezione, all’eutanasia. Mi pare di poter affermare che la chiesa moderna, lungi dal modernizzarsi, stia cadendo nella tentazione del fondamentalismo, in reazione a quel relativismo tanto temuto da chi fonda la propria esistenza su valori forti e assoluti ma proprio per questo, sempre più lontani dalla realtà in divenire.
Quello che vedevamo attraverso i monitor era l'ultimo pianeta conosciuto. Se avessimo potuto voltarci dall'altra parte, avremmo potuto vedere il fievole chiarore del resto dell'universo. Venti miliardi di anni luce ci separavano dalla nostra casa: un abisso immenso di vuoto, polvere e gas, con qualche galassia a illuminare il lunghissimo cammino. Il pianeta si aprì a un'alba livida, grigiastra, insulsa. Il piccolo sole stentava a scaldare la fioca atmosfera e la superficie opaca non c'invitava a scender giù, eppure… Quello era il confine dell'universo. Il più potente telescopio della nostra nave scandagliava lo spazio di là da quell'anonimo sistema stellare, scrutando il niente. Niente di niente… né stelle, né polveri; nessuna nube di gas incendiata dai soli che l'avevano creata morendo. Niente radiazioni gamma, niente particelle pazze sfuggite alla gravità di quel pianeta-paletto, conficcato come una bandierina ad un confine. Un dio Termine insulso, disabitato e sciatto. Scendemmo al polo nord. Lo spazio-plano attraversò il sottile strato di nubi, velo pietoso, sudario di una superficie morta, appena scossa da un debole vento gelido. Il terreno scricchiolò stizzito sotto i nostri stivali, sembrava astioso, infastidito da quella violazione della sua eterna tranquillità . Davanti a noi la landa si stendeva monotona e monocroma, in alto vedemmo cirri spettrali con chiaro il segno stracciato del passaggio della nostra navetta. Fu dopo appena cento passi che spalancammo le bocche e sgranammo gli occhi. Impolverato da cristalli di ghiaccio sporco, uno di noi raccolse qualcosa da terra. Un foglio. Una pagina di libro. Cominciò a leggere e gli inter-com gracchiarono nei nostri caschi.
"Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
Per questo adesso siamo qua, nel mezzo al mare del nulla. Abbiamo deciso d'andare oltre.
Nel suon dell'aria son ravvolte le foglie,
dita di vento ravvian le cime dei pioppi.
Dolori e ricordi colorati di sera,
tacciono il feroce agro pulsare.
Son qui ora nell'eterno presente.
Son qui ora e mi faccio voce nel vento.