Le barche vuote, abbandonate alla sera, si colmano d'ombre. Pesci guizzanti hanno intriso le reti di vita. Se la sono portata via i pescatori, sgocciolante di mare, su per la via che mena alle case. Ebbri, percossi dall'onde, arrotano le lingue sulla fatica del giorno.Qualcuno si volta: schiude gli occhi al sole morente. I solchi del viso incisi dai venti, si incrostano del mesto sorriso di chi torna avvolto d'arancio...
La dolce morte: che cazzata! La morte non è dolce, è merdosa e puzzolente, fa schifo e fa paura, tanta paura ma- eh sì, c’è un ma anche nella morte- qualcuno è così dolorosamente disperato da volerla, desiderarla e infine sceglierla.
La scelta della propria morte, al di là di alcune ovvie considerazioni sul suicidio, dovrebbe essere un diritto. Per i laici, l’unico che può disporre della propria vita è la persona cui appartiene, nessun altro ha possibilità di parola, neanche lo Stato. Per i credenti cattolici stranamente non è così, essi vogliono imporre a tutti la loro visione della vita e della morte, vogliono dire a un essere umano sofferente: “ tu non puoi decidere della sorte della tua vita, essa non ti appartiene ma appartiene a Dio e tu non hai diritto di togliertela”. Che contraddizione… non è proprio il cattolicesimo il fautore occidentale del libero arbitrio? Non è scritto che l’uomo nasce libero e simile a dio? Affermazione ribadita anche nella famosa enciclica “pacem in terris”. Ora mi si dovrebbe spiegare come è possibile il ribaltamento della realtà operato da certi prelati e uomini politici vicini alla chiesa, quando è manifesta la presunta volontà di dio di fronte a certe malattie o condizioni umane. Welby, Terry Schiavo e tutta quella schiera di sofferenti sconosciuti che abitano i nostri ospedali, sarebbero morti se non fosse stato l’uomo ad adoperarsi per tenerli artificialmente in vita. Quello, nell’ordinamento che egli ha dato al cosmo sarebbe stato il loro destino naturale. Allora perché, per quale oscuro e perverso motivo, un credente cattolico dovrebbe sopravanzare la espressa volontà di dio e impedire a chi decide, secondo libero arbitrio, di dar di nuovo corso alla natura, dopo aver strenuamente lottato contro durissime malattie e accettare finalmente la morte che l’ordine del mondo aveva stabilito per lui? Perché il cattolico non accetta il fatto che, se dio c’è, ha stabilito che ogni uomo è artefice ultimo del proprio destino e che le sue scelte vanno assecondate e rispettate? Dire no all’eutanasia significa dire no alla libertà dell’uomo ed è in questo che l’umanità è fatta a immagine e somiglianza del divino.
Certe volte sei più vera
e ti ascolto esistere in me
come un cuore nuovo.
Attraversami.
Avremo una sola pelle
per racchiudere
la nostra anima
nel mondo nuovo
che ci è apparso
all'improvviso.
La cassa di legno di pino risuonava del lento schioccare degli ingranaggi. Sprofondato nella vecchia poltrona, feci penzolare la mano a succhiare il fresco che esalava dal pavimento di marmo.
Accanto a me il libro aperto attendeva, odoroso, che vi posassi lo sguardo. Faceva caldo.
Lasciai scivolare gli occhi sulle pigne di bronzo del vecchio orologio, graziosamente brunite dal tempo. Il Tempo…
Molle, rotelle, viti, piastre d’ottone sagomato: tanto lavoro d’ingegno per misurare un mistero.
Mi accorsi di aspettare. Attendevo, come da bambino, l’uscita del minuscolo cucù. Guardavo le lancette scure, in ferro battuto, che di tic in tac si spostano verso la posizione giusta; lo scatto sempre inatteso, che fa sussultare lo stomaco. Poi finalmente eccolo! Accompagnato da un sommesso sferragliare, un piccolo uccello impagliato dagli occhi neri e lucidi, tristi.
Mio padre mi vide piangere quel giorno, tanti anni fa. Salendo le scale, lui fischiava di là dalla porta d’ingresso. Io ero come adesso, ma con lo sguardo puntato sulla gabbia silenziosa, trafitta dalla luce del mattino. Gigi era disteso stecchito, con le zampe all’insù, le minuscole palpebre chiuse.
La chiave che gira nella toppa, rumore di passi.
Mio padre dietro di me: mi vide e capì. –Vai – mi disse, - vai da tua madre.- La sorpresa fu grande e la commozione; quando vidi per la prima volta un meraviglioso orologio a cucù segnare l’ora di mezzogiorno, con il guizzo giallo di un canarino dagli occhi neri e lucidi, il giorno del mio sesto compleanno. Era unico. Non faceva “cucù” come tutti gli altri: cantava fiero e allegro “gigì, gigì”!
Welby sapete chi è e qual è la sua battaglia: la possibilità di scegliere una morte dignitosa per chi è malato terminale e soffre oltre misura della propria condizione.
La mia vicina di casa invece è morta di una leucemia fulminante, lascia la figlia piccola, due cani e un marito stronzo. Stronzo perché è uno di quegl’uomini vigliacchi che picchiano le mogli ( e per inciso ha buttato fuori pure i cani.) Welby ha una malattia genetica, non ne ha la minima responsabilità, come non ne hanno i genitori o qualsiasi altro umano vivente o vissuto, la mia vicina non è morta per chissà quale motivo e la sua bambina dovrà vivere con un padre stronzo. Sembra a voi che il dio di cui blaterano cristiani, musulmani, ed ebrei sia un dio d’amore? Beh, a me no, almeno nel senso che la maggior parte di questi da alla parola amore. Io sono ateo, sempre più convinto dell’inesistenza di un creatore amorevole, convinto dalle innumerevoli prove che la realtà di tutti i giorni mi riversa addosso. L’amore lo conosco: è stato quello di mio padre, è quello della mia donna che ogni giorno mi dona, persino quello di un cane di passaggio che scodinzola godendo dei miei complimenti. E’ l’amore che cerco di dare, di ricambiare ma mai una volta ho visto nella creazione questo tipo d’amore, dov’è l’amore di dio per Welby?! Glielo darà nell’aldilà… così ti rispondono, di questo son convinti… ma non è pura crudeltà ordire un mondo dove un uomo progressivamente perde ogni sua funzione? Non sarebbe giudicato come feroce assassino un tale che uccide una madre sottraendola ai suoi figli? Ebbene, per come è la realtà, se dio esiste è un sadico perverso che si nutre della sofferenza delle sue creature.
P.S. auguro al filosofo e politico Buttiglione di fare lui l’esperienza di Piergiorgio Welby, in modo che possa esperire con mano cos’è la sofferenza che ti distrugge il corpo e la mente e poi sentiamo se rimane della stessa idea.
E la pioggia cadeva a tuoni
sulle foglie già plagiate di verdi.
Passavano baci sulle cosce stese
"asciugati amore asciugati!
che ti possono vedere..."
Così ti urlavo nel fragore
del mio corpo arrossato.
E non nego il piacere
e non nego la paura.
Negherò solo al cospetto del lampo
di aver due lire in tasca
di aver rubato
di aver speso più del dovuto
ma non è la verità
non posso dirla neanche a te.
Non ne ho in tasca:
ho solo due vecchie lire
che di verde non han niente.
La strada ampia si stendeva solitaria al sole.
Poche persone si infilavano fra i varchi di luce che gli alti palazzi filtravano per le vie.
Mi accorsi di quanto giallo e luminoso fosse l’albore di quel mattino, guardandone le facciate, vivide, nette, riflettenti l'oro del sole fin sull'asfalto.
Le pietruzze levigate rilucevano sul manto nero, le pietre dei marciapiedi rimandavano piccoli strali multicolori, quasi fossero caleidoscopi.
La strada ampia la devo attraversare, il guaio è che non so proprio dove sono, so però che devo andare.
Di solito la mattina mi sento rincoglionito, stamani no, però c'è questo senso di urgenza, un'uggia dentro lo stomaco, un fermento dietro gli occhi, un'esortazione fisica a fare… ma fare ché?
Guido le mie scarpe nere alla ricerca di strisce pedonali, non si può attraversar la strada senza le zebre, sarebbe una mal'azione.
Preferisco cercare un ascensore, gli ascensori ti portano dove vuoi e sei nelle regole, chiuso fra le pareti che scorrono verso il basso, mentre tu vai in alto.
Tiro a me la porta con questa rigida maniglia di alluminio, reso color piombo da infinite mani.
Le scale di marmo danno un senso di fresco asettico e anonimo ma non dovrò usarle perché scendono giù e io invece devo andare.
Come spesso accade ci sono dei bottoni nella cabina, sempre incassati in una piastra dall'alluminio, color argento.
Sono tondi e medi, bianco avorio con numero nero inciso, poi c'è quello rosso per l'allarme (che sollievo!), ed uno giallo che non so mai a che serve… o forse mi confondo? E' quello giallo che fa suonare la campanella?
Schiaccio il pulsante più in alto, le pareti vibrano allungando l'attesa del viaggio, l'attesa anche, delle porte automatiche che si chiudono, mi fa stare sospeso fra due istanti, come stessi su di un piede solo.
C'è rumore adesso, lo scatto di una recondita serratura, e lo scossone che annuncia il moto.
E vado su con velocità uniforme, inesorabile e granitica nella sua lentezza.
Guardo in alto in ascensore, verso il neon che dà una luce innaturale, eterea, fatta di niente più di quella d'un cielo nuvoloso.
L'uggia allo stomaco scende e si scioglie, mentre i bottoni tondi si accendono nel loro ordine preordinato, mi sollevo e ciò mi solleva, sto andando dove dovevo.
Credo.
C’è un classico della cinematografia fantascientifica che si intitola Il pianeta proibito, è un vecchio film del ’56, (alla fine dell’età d’oro della sci-fi) il quale narra la vicenda dell’incrociatore spaziale C57D in missione di soccorso alla nave scientifica Bellerofonte, probabilmente naufragata nel sistema di Altair.
Sul quarto pianeta in ordine di distanza dal sole, in effetti, qualcuno c’è: il professor Morbius che assolutamente non vuol essere tratto in salvo, anzi, avvisa il comandante della nave terrestre che per la salvaguardia dell’incolumità del vascello e dell’intero equipaggio, sarebbe meglio che se ne andasse senza neanche mettere piede sul pianeta. Il militare non ci sta, in breve forza la mano dello scienziato che rivela la triste fine degli altri membri la spedizione e il segreto dell’antica e superintelligente razza dei Krell: un popolo scomparso misteriosamente in una notte duecentomila anni prima. Questi costruirono una immensa macchina nelle viscere stesse del pianeta, miglia e miglia di meccanismi sotterranei alimentati da un numero enorme di reattori nucleari e capaci di auto ripararsi e sostenersi, allo scopo di materializzare i pensieri. Ma quale incidente occorse ai compagni di Morbius? Furono tutti dilaniati e fatti a brandelli da una creatura potentissima e brutale, la stessa che entrerà nottetempo nell’incrociatore, uccidendo un valente tecnico e in seguito altri tre membri dell’equipaggio. Siamo alla resa dei conti, il comandante, con l’aiuto dell’ufficiale medico, capisce che la terribile creatura non è altri che l’incarnazione dell’id dello scienziato: un incubo materializzato dalla incredibile macchina. Il mostro dell’inconscio che duemila secoli prima distrusse la civiltà Krell.
Anche Morbius alla fine accetta e comprende la terribile verità e guida il comandante nella procedura di distruzione dell’intero pianeta che l’equipaggio dell’incrociatore vedrà dissolversi dietro di se.
In questo bel film ci sono diverse cose interessanti, la nave terrestre è un disco volante…non dimentichiamoci che l’incidente di Roswell è accaduto appena nove anni prima. Ci sono, se non erro, a far da sfondo del pianeta, dei dipinti di un famoso pittore di genere, ci sono diversi riferimenti effettivamente scientifici e soprattutto l’intera pellicola è permeata dal sense of wonder tipico del periodo. Quello stesso sense of wonder che i governi degli Stati Uniti, succedutisi fino al 1969, hanno voluto promuovere a tutti i livelli e capillarmente, come propedeutica alla conquista dello spazio che portò, appunto in quell’anno, degli uomini sulla Luna. Confortati nell’impresa dall’ausilio di un computer di bordo che non aveva più potenza di calcolo di una telefonino di tre anni fa…
Da allora ne è passato di tempo e la Luna ancora aspetta silente di essere di nuovo calpestata dai figli della Terra, questo pare succederà nel 2019, ben 50 anni dopo il primo allunaggio! Chissà poi con che mezzi! E invece no… la vision di Bush, concretizzata dalla Nasa, si avvarrà di un vettore di tipo tradizionale, spinto da motori derivati da quelli del Saturn, da un modulo di servizio simile all’Apollo, solo più spazioso e da un modulo di allunaggio poco più grande del glorioso L.E.M. … Non è tutto (parrebbe incredibile) eppure, con gli stessi mezzi, i responsabili dell’ente spaziale americano vorrebbero spedire un equipaggio su Marte. Sostanzialmente sarebbe come farvi fare un viaggio d’andata e ritorno di 24 mesi in un bus… In qualunque modo la si veda, questo nuovo corso spaziale americano è un vero passo indietro nella conquista dello spazio. Gli shuttles nel 2010 andranno in pensione, le macchine più simili ad un’astronave che l’uomo abbia mai costruito cederanno il passo a dei cilindri appollaiati su dei razzi che torneranno a terra appesi a dei paracadute, come agli albori dell’era spaziale… Il sense of wonder sostituito da una piccola visione burocratica del cosmo trapunto di stelle.