Diocle chiuse il libro e gettò due ceppi sul focolare.
- Ipparco sbaglia su quella storia degli epicicli – pensò.
– Aveva ragione Aristarco: basta concepire la distanza delle stelle talmente enorme, da non poterne apprezzare la parallasse.
L'uomo prese con se gli strumenti e gettò il mantello sulle spalle.
- E' una buona serata per osservare il cielo. Meglio affrettarsi.
L'aria serotina era fredda ma secca; Diocle ne fu compiaciuto mentre osservava le prime stelle comparire sopra il suo capo fieramente ingrigito.
Le ore trascorsero scandite dall'orologio ad acqua. Utile ma scomodo per segnare il tempo dei passaggi degli astri.
La lucerna ad olio che da poco si era costruito, illuminava di un chiarore sanguigno le pergamene su cui segnava tempi e posizioni, ma solo quelle, infatti, la luce veniva proiettata in basso, per impedirgli abbagliamenti.
A Diocle d'Anticitera interessavano dei fievoli punti di luce attorno a Giove.
Talvolta, in sere come quella, riusciva a scorgerli e allora lo stilo correva sulla carta spessa, tracciando linee e annotazioni sul colore o le relative luminosità apparenti, come prescritto da Ipparco, mentre l'orologio scandiva i transiti col suo monotono sgocciolio.
Altri uomini di scienza avevano rilevato il fenomeno: era sorta una questione.
Lui tendeva a credere che fossero pianeti come Selene, orbitanti intorno a Giove; qualcuno pensava di cogliere, in quelle luci, una similitudine con i bolidi che solcano velocissimi il cielo e durano l'attimo di un respiro.
-Appunto. – Sorrise scotendo il capo alla manifestazione bizzarra del fato che, proprio a quel pensiero, aveva fatto seguire l'apparire di una scia lattea da est.
La freccia bianco-argentea non svanì in un baleno nel nero scuro del cielo.
Gli occhi assuefatti al buio del filosofo ne seguirono il corso, mentre la luminosità, invece di scemare, cresceva.
- Come se si stesse avvicinando. – Rifletté Diocle.
Poi un gran fragore ruggì nell'aria invernale e folate di vento caldo lo investirono da ovest, scompigliando le carte astrali.
-Per gli dei! – Esclamò afferrando la lanterna, e correndo ruotò una ghiera di bronzo, trasformandone il rosso lucore in una luce intensa.
C'era odore di terra davanti a lui, trasportata da quel vento improvviso. Dopo due miglia di corsa affannosa si fermò ad osservare una grossa sagoma la cui ombra baluginava al chiarore di un albero incendiato.
Le voci concitate di alcuni uomini lo sorpresero, convincendolo a restare nella buio sicuro; celò di nuovo il lume della lampada.
Un'alta figura parve uscire dalla cosa illuminata dalle fiamme, incalzata da un semicerchio di uomini armati di gladi e pila.
- Soldataglia romana, senza dubbio – osservò.
Ordini secchi dirigevano l'operazione di cattura: un centurione col gladio sguainato esortava gli uomini a farsi sotto.
I romani armati di giavellotti avanzarono per primi, con le punte bronzee colorite di riflessi purpurei.
Uno di questi, eccitato dal fuoco, forse spaventato dalla forma sconosciuta sul terreno, fece saettare l'arma.
Lo straniero rispose alzando il braccio e puntandolo, un lampo azzurro scaturì dall'arma che teneva in mano e l'incauto legionario urlò, mentre lo strale lo trapassava, andandosi ad esaurire sul terreno.
Gli altri indietreggiarono subito, la voce del centurione tacque.
Una seconda scarica bianco-cerulea falciò la sterpaglia di fronte al manipolo a mo' di avvertimento.
Nuvole di vapori e fumo acre avvolsero i legionari che decisero, centurione in testa, di darsela precipitosamente a gambe.
La figura seguì la corsa a rompicollo dei suoi avversari, poi, d'un tratto, si accasciò al suolo.
Diocle liberò di nuovo la lampada dallo schermo e si avviò verso il teatro di quella straordinaria vicenda.
La prima cosa che lo colpì fu l'odore che aleggiava attorno al romano ucciso.
Gli ricordava quello che si avverte in un luogo dove sia caduta una saetta durante un temporale.
- Quest'essere pare disponga degli strali di Zeus… oppure ha trovato un modo per concentrare ed usare la forza che scaturisce dall'elektron.
Al crepitio della fiamma, le ombre danzavano sulla parete di quella che il filosofo identificò come una strana nave metallica.
-Una nave caduta dal cielo! - Diocle provò ad interpretare i segni dipinti sulla paratia ma non riconobbe in quelli una scrittura di sua conoscenza.
Riconosceva invece, nella forma del vascello, alcuni principi di idrostatica e sospettò che le propaggini laterali servissero a sostenerne il volo, come per gli uccelli, quando si oppongono al vento e ne traggono sostegno.
Quella che lui immaginava fosse la prua, era costellata di superfici trasparenti perfettamente incastrate nel materiale e la poppa presentava delle formazioni a campana, costruite su qualche particolare intersezione del piano sul cono; un indizio insufficiente a predirne una funzione.
Lasciò a malincuore l'esame della nave e cautamente procedette verso la creatura stesa a terra. Accostò la mano al petto del corpo esanime, costatando che c'era ancora battito seppur debole, si accertò di eventuali fratture, poi raccolse l'arma misteriosa e si caricò l'essere sulle spalle.
L'uomo della nave gemette mentre si agitava sul giaciglio.
Lo studioso sostituì la pezza bagnata dalla sua fronte e continuò a meditare.
- La veste dello straniero è di un tessuto sconosciuto, elastico e dalla trama finissima, non presenta cuciture evidenti e i lacci sono sostituiti da chiusure che si comportano come l'elektron strofinato sulla lana. – Diocle aveva l'abitudine di riflettere a voce alta. – La fattura perfetta, la finezza della trama, son degne di un aristocratico, pure, la foggia, oltre ad essermi sconosciuta sembra tagliata per essere comoda e adatta al lavoro.
Concentrò la sua analisi sul corpo. - La fisionomia dello sconosciuto non è propria di popoli del Pelopponeso, né ha tratti in comune con le genti del vecchio impero.
Si grattò il capo.
- Tutto quel che ruota attorno a quest'uomo è incredibile… che sia un atlantìdeo? Eppure, di quelle terre di cui trattò Platone nel"Crizia", non è mai stata trovata traccia, né sono noti resoconti di viaggiatori che descrivono uomini e abiti come questi.
La sua curiosità si spostò sull'arma posata sul tavolo da lavoro.
Attrezzi di bronzo e ferro stavano in bell'ordine nei loro scomparti secondo le loro funzioni: c'erano pinze di varie misure e lame affilate, punteruoli, morse, cavalletti per fissare gli oggetti e persino un vetro lavorato in modo da ingrandire piccole parti.
- Scotti uomo misterioso- disse Diocle.
La bocca dello straniero si mosse lasciando sfuggire un gemito.
- Ti darò qualcosa per calmare la febbre. – Rovistò in una cassapanca in cerca dei suoi medicamenti. Da uno scrigno di legno, scolpito con l'effige di un serpente avvolto ad un bastone, trasse un flacone di vetro scuro. - Ecco quel che ci vuole: corteccia di salice, si.
Versò una misura di polvere in una coppa con un poco d'acqua e l'accostò alla bocca del suo ospite.
L'arma era di un metallo lucidato ma molto leggero, aveva un'impugnatura comoda, rivestita di una sostanza elastica che ricordava l'asfalto ma non appiccicava. Diocle fece attenzione a non muovere le poche leve che spuntavano dal corpo solido e liscio, per timore di azionare il meccanismo che avrebbe fatto scaturire il fulmine.
Notò le iscrizioni riconoscendo alcuni segni presenti anche sulla superficie della nave.
-Una nave adatta a solcare i cieli, un uomo dalle fattezze ignote, una lingua sconosciuta, un'arma prodigiosa… forse così sono nate le leggende e i miti.
Con questi pensieri lo studioso reclinò il capo e scivolò fra le braccia di Morfeo.
L'alba ch' ha dita di rose lo colse ancora al tavolo, il filosofo aprì gli occhi al lucore del primo mattino. Il sapore del sogno gl'impastava la lingua.
- Buongiorno a te Elios – mugugnò, alzandosi dalla sedia con i muscoli intorpiditi, poi si rimproverò: - Diocle, non hai più ventenni da permetterti il sonno dello studente!
Volse lo sguardo al suo ospite trovandolo meglio della notte precedente.
Il medicamento aveva fatto effetto, la fronte era fresca e distesa. Comunque procedette ad una visita minuziosa secondo i canoni di Serapione d'Alessandria.
L'ospite scosse le palpebre ai suoi tocchi lievi, gorgogliò qualcosa e Diocle cercò di calmarlo.
- Sono prigioniero? – Domandò.
- Bene, parli greco. - Lo studioso si affrettò a rassicurarlo, - no, sta tranquillo, i romani sono fuggiti, sei debole: ti sto curando.
- Chi sei?
- Diocle d'Anticitera ma sono io che dovrei farti questa domanda, straniero.
- Sono confuso… come sono arrivato qua?
- Ti ho portato io dopo che… oh, ma forse intendi altro.
La tua nave è a poche miglia da qua, c'è stato uno scontro con un manipolo di soldati: romani.
Ne hai ucciso uno, gli altri si son dati alla fuga e in verità la tua arma ha del prodigioso!
- Non toccarla! – Disse l'uomo allarmato. – Può essere molto pericolosa in mano a… - troncò la frase.
- Ad un barbaro? - Incalzò Diocle, terminandola lui, con tono risentito.
- Non intendevo questo…
- Io penso di si invece. Da dove vieni uomo? Quanto è lontana la tua patria? Sei forse un atlantideo?
- Molto lontana è la mia patria, molto lontana… - L'uomo si alzò.
Chiuse gli occhi per un momento. - Hai visto la mia nave. E' in pezzi? E' ancora là?
L'apprensione che il pensiero del vascello disegnava sul volto dell'ospite, placò un poco l'animo del filosofo. - Sembra intatta, calmati. I soldati romani però torneranno in forze a breve, e con parecchi tiri di buoi credo.
- Portami laggiù! Ti prego!
- Non ancora. Rispondi alle mie domande prima, poi si vedrà: qual è il tuo nome? Da dove vieni? Come fa il tuo vascello a reggere il volo?
- Il mio nome è Kol e vengo da una stella molto lontana, non credo capiresti come fa il mio mezzo a volare…
- Non sono un selvaggio! – Disse Diocle, la voce alterata dalla rabbia, so che i pianeti ruotano attorno al Sole. Da quale provieni? Marte forse? Venere? O da uno di quelli che ruotano attorno a Giove?
- Conosci i satelliti di Giove?! – Domandò stupito Kol.
- Te l' ho detto: non sono un barbaro. Sono uno studioso, sono in grado di capire che la tua nave sfrutta i principi d'idrostatica, e le propaggini laterali si comportano come le ali degli uccelli, quando si fanno trasportare dai venti.
- Hai ragione… scusami. La mia stella natia non è il sole; conosci le Jadi?
- Certamente. - Nel rispondere Diocle prese una pergamena. - Qua! – Fece segno col dito su di un triangolo di stelle. - Vicino alle Pleiadi.
Kol ammirò il lavoro dello studioso. L'accuratezza della carta era buona, le magnitudini sembravano corrette al suo occhio esperto di navigatore stellare.
- Se scorri il dito verso destra indichi il luogo del cielo dal quale provengo ma la stella non è visibile ad occhio nudo.
- Stelle invisibili… chiaro! Come ce ne sono alcune al limite della visibilità e il cielo si deteriora facendole scomparire, altre potrebbero essere troppo deboli pur esistendo…
Sorrise lo straniero – Si, è così.
Kol premette qualcosa sulla manica. Lo spazio vuoto di fronte a due uomini si riempì di un cielo stellato in miniatura. Con gesti esperti fece ruotare l'olo-mappa – Ingrandiamo ancora un poco.
Diocle d'improvviso sentì precipitarsi fra gli scintillanti luccichii, fece per parlare ma la visione lo inghiottì.
Lo colse la vertigine. Al termine del tunnel di luci stava una sfera azzurra sospesa nell'aria.
- Atzlan! La mia patria. – Annunciò l'alieno indicandola.
Diocle a bocca aperta guardava il pigro rotolare del minuscolo pianeta al centro della stanza: strati di nembi lo ricoprivano, lasciando intravedere sprazzi di continenti, una luna color ocra spuntò dall'arco planetario ma con verso opposto a quello della luna terrestre.
- …Diocle… è solo una mappa come la tua, solo un poco più complessa.
- Vedo… - Riuscì infine a pronunciare lo studioso. – Atzlan… Atlantide.
Qual è lo scopo della tua venuta Kol di Atzlan?
- Sono uno studioso, come te.
I miei strumenti sono sulla nave. - L'alieno colse il guizzo d'interesse di Diocle. – Accompagnami e potremo recuperarli.
I due camminavano con passo veloce fra le stoppie inumidite dal mattino, assorti nei loro pensieri.
L'arma elettrica di Kol pesava piacevolmente appesa alla sua cintura, si sentiva tranquillo adesso.
Lo preoccupava lo stato della navetta, avrebbe potuto recuperarla al volo?
Diocle emerse dalle sue riflessioni. – Kol, come faceva Platone a conoscere l'esistenza di Atzlan?
I suoi libri ne parlano come di una terra ricca e colma di meraviglie ma posta oltre le colonne d'Ercole.
- In un certo senso è vero, - rispose l'uomo di un altro mondo. – Ogni volta che ci rivolgiamo all'ignoto, dobbiamo oltrepassare i confini di ciò che ci è familiare… Anche la mia patria, Atzlan, ha le sue colonne che si aprono su un oceano. Un oceano di stelle.
Platone si imbatté in una spedizione di ricerca. Come raccontare ad un popolo di pastori e pescatori, l'incontro con gente di un'altra stella?
Da uomo intelligente sapeva che non sarebbe stato creduto, per questo celò la sua testimonianza nella forma del mito.
La navetta scintillava al sole.
L'albero nottetempo incendiato fumava annerito.
Due uomini percorrevano eccitati i solchi profondi che il metallo aveva scavato nell'atterraggio forzoso.
- Vieni, – lo invitò Kol - entriamo!
L'atlantideo pose la mano su una piastra brunita e una sezione della paratia scomparve.
Dell'aria tiepida soffiò in faccia ai due, Diocle seguì il compagno all'interno.
Kol si affrettò a raggiungere il ponte: due file di poltrone dominavano la prua avvolta dalla plancia austera e funzionale.
Gli strumenti di bordo parevano addormentati.
Kol pronunciò degli ordini in una lingua sconosciuta.
A Diocle parve che cantasse.
La nave rispose puntualmente alla richiesta del proprietario.
- Chi ha parlato Kol?! – Domandò il filosofo stupito, voltandosi a cercare lo sconosciuto. – Avevo creduto che fossi da solo! -
- Infatti. – Divertito l'alieno spiegò che la nave era dotata di un congegno parlante e tradusse il rapporto a beneficio del compagno.
- Mi ha informato di aver subito pochi danni e di aver avviato le procedure di riparazione: è in grado di prendere il volo!
- E come farebbe un meccanismo a parlare?
- Non è magia no… è l'aria che trasmette il suono vero? La voce è un suono come un altro.
Le corde della cetra vibrano se pizzicate e il tamburo risuona se battuto, ecco: la voce del mio vascello proviene da una specie di pelle tesa e piccole scariche simili a quelle dell'elektron la fanno vibrare per riprodurre una voce.
- Ma come fa a sapere cosa dire, la voce senza intelletto vale quanto una flatulenza…
- Giustissimo filosofo. In questo caso la spiegazione è più complessa…
La voce della nave tornò a parlare, una luce prese a lampeggiare rossa, riflettendosi sui loro volti.
- Romani! – Esclamò Kol.
Attraverso i vetri termici del muso potevano scorgere i vessilli garrire al vento.
Molti soldati precedevano dei carri trainati da possenti bestie cornute.
Tieniti pronto: andiamo via di qui!
I jet di decollo si accesero nel silenzio della cabina percorsa da vibrazioni sorde.
Diocle traballò, guadagnando la poltrona accanto a quella dell'alieno.
Fuori il terreno sfuggiva via a velocità impressionante.
Lo studioso strinse i braccioli convulsamente, quando la spinta dei motori lo schiacciò sul sedile.
Non ebbe modo di dire niente fino a quando si trovò circondato dal nero vuoto dello spazio.
Gli astri si riflettevano sullo sguardo meravigliato del greco.
- Mai viste tante stelle e così brillanti e immote!
- Perché quassù non c'è atmosfera - replicò Kol.
- Osserva il tuo pianeta, vedi che è ricoperto da un manto sottile. Quella è l'aria che respiri.
Centinaia di miglia di gas e vapor d'acqua fanno da schermo alla luce degli astri.
Il sole bianchissimo dardeggiò sui vetri che prontamente si oscurarono.
Con ingannevole lentezza, un cilindro avvolto dalla quiete del vuoto uscì dall'ombra terrigna.
- Guarda Diocle. Quella è la mia casa fra le stelle.
Sulla faccia della nave madre si disegnò una ferita di luce che li ingoiò indifferente.
- Sembra un tempio di metallo… - Mormorò Diocle scendendo dalla navetta.
Ammirò l'altezza della volta.
La Terra illuminava le superfici di metallo e plastica dell'hangar col suo lucore ceruleo.
- Perché non cadiamo?
- Buon Diocle – lo canzonò l'atlantideo, il tuo Aristarco ti ha insegnato che il mondo è sferico e del resto, lo stai vedendo tu stesso.
Perché le cose del mondo non sfuggono via verso le stelle? Sai rispondermi? O forse troppe novità stanno appesantendo il tuo intelletto?
- Per Pallade Atena! Una forza attrae tutte le cose e le incatena alla terra!
- Appunto, noi chiamiamo quella forza "gravità". Anche adesso sta esercitando il suo potere ma la nave vi si oppone col suo moto.
Immagina di legare un secchio ad una corda e fallo roteare, se imprimi la giusta velocità, il recipiente disegnerà un cerchio nell'aria…questo noi siamo: un secchio vorticoso e la corda è la tua forza incatenante.
Non t'ingannino i sensi: non siamo fermi. In verità viaggiamo in tondo alla velocità di molte migliaia di miglia l'ora!
Ma vieni, ti mostrerò alcuni miei strumenti come promesso.
Lasciato l'hangar delle navette, attraversarono dei corridoi illuminati a giorno penetrando le viscere dell'immensa nave.
Diocle aveva mille domande che facevano a gara per irrompere alla bocca, pronte a sommergere il compagno, pure la sua immensa curiosità faceva da freno alla lingua, tanto era il potere che quel luogo esercitava sui suoi sensi.
Dopo molto cammino e molta meraviglia raggiunsero una cupola aperta sul cielo nero trapunto di stelle.
Solo la luce fioca e rossa di alcuni strumenti illuminava i due, gettando pallide ombre sulle consolle.
- Adesso vedrai i tuoi amati astri come nessun greco ha mai potuto prima di te – dichiarò Kol.
Alcuni sommessi ronzii seguirono i comandi vocali dello straniero.
Al centro della piccola cupola, sopra una piastra vetrosa apparve un pianeta, una sfera della grandezza di un palmo. – Giove: il re degli dei – annunciò Kol.
La sfera appariva attraversata da striature lievi come trine, colorate di pallidi verdi; altre, assai più incise brillavano di rossi accesi o di gialli violenti, piccoli ovali grigiastri sembravano rincorrersi sulle fasce presso i poli. Un punto nero, netto, attraversava il disco e Diocle domandò a Kol che cos'era.
- L'evidenza di uno dei tuoi ipotizzati pianeti!- Ebbe in risposta dal suo sorprendente ospite.
Altri ordini e gli strumenti andarono alla caccia del possessore dell'ombra.
Il telescopio della nave inquadrò un satellite mostrandolo sulla piastra olovisiva.
- E non è tutto – aggiunse l'alieno.
Altri ronzii: altre sfere apparvero in successione, mostrando al filosofo la realtà delle sue ipotesi.
Ogni satellite venne ripreso e riprodotto per la gioia e lo stupore di Diocle.
Ce n'era uno ricoperto di vulcani e poterono ammirare l'eruzione di un colosso montuoso che spruzzava nello spazio la sua gialla potenza, un altro, attraversato da migliaia di linee, come gli spiegò Kol, era ricoperto di ghiacci che si frantumavano e sotto a quel manto gelato, riposava quieto un intero oceano che lo ricopriva tutto.
Kol spiegò inoltre che i satelliti gioviani erano ben più di quattro, se ne potevano contare trentadue che danzavano attorno al gigante ma alcuni erano minuscoli, persino più piccoli della sua Anticitera.
Passarono le ore puntando il telescopio, le domande incalzanti non infastidirono mai l'atlantideo che rispose ad ogni cosa, compiacendosi spesso per l'acume del filosofo che talvolta lo anticipava con sorprendenti intuizioni.
L'uno risentendo ancora dell'avventuroso atterraggio, e l'altro per il turbinoso affastellarsi di tutte quelle novità, si dichiararono colti da stanchezza.
Rimasero ancora ad ammirare il divenire dell'alba sulla Terra incendiare il terminatore, e il sole abbacinante risorgere a nuova vita, inondando di luce dorata la curva azzurra del pianeta.
Kol poi mostrò a Diocle la sua cabina e le comodità tecnologiche che offriva, soprattutto il bagno incontrò tutto il suo favore: getti d'acqua profumata e aria calda gli fecero esprimere più di una parola d'approvazione.
Quando molte ore dopo si svegliò, il filosofo trovò Kol con un vassoio di cibi mai assaggiati.
Dopo colazione volle portarlo sul ponte di comando.
- Diocle, probabilmente ti sono debitore della vita… e la vita di un uomo di Atzlan è lunga molti dei vostri secoli.
Inoltre l'universo è immenso e molto c'è da conoscere.
Io sono un uomo di scienza, come la gran parte del mio popolo ma siamo pochi: ogni aiuto ci è prezioso.
Vorresti diventare strumento di conoscenza per conto di Atzlan?
Il filosofo sgranò gli occhi per lo stupore, certo, lui era uno studioso ma quel che aveva visto e ancor di più, quel che aveva intuito della sapienza di Kol, lo aveva fatto sentire meno di un barbaro… - Kol, sono onorato dalla tua proposta ma come posso servire alla causa della conoscenza? Questa stessa meravigliosa nave contiene più misteri di quanti io potrei svelare nel tempo che mi resta ancora da vivere.
- Non preoccuparti amico mio, riceverai un'adeguata istruzione, quel che conta è la mente fertile non ciò che vi è seminato.
Tuo compito sarà quello di studiare usi e costumi dei popoli del tuo pianeta, le lingue parlate e le arti, le religioni e le filosofie: noi chiamiamo questa disciplina antropologia.
Quale che fosse il destino che le parche gli avevano riservato, Diocle di Anticitera lo accolse nella sua vita come un dono prezioso.
Fu così, che dopo un breve viaggio fra le lune ghiacciate di Giove, il filosofo partì alla volta delle stelle verso Atzlan e la sua nuova vita.
Il viaggio di ritorno, molto tempo dopo, era giunto al termine.
Una luce nuova gli brillava negli occhi e si mescolava a quella ambrata e nostalgica riflessa dalla Terra.
Il tramonto incendiava le nubi sopra un continente del quale, fino a pochi mesi fa, non sospettava neanche l'esistenza.
La voce della nave annunciò l'entrata imminente in orbita geostazionaria.
Kol era con lui, presto avrebbero cavalcato i cieli notturni del Peloponneso sulle loro ali di fuoco.
- Finalmente a casa – disse Diocle rivolgendosi al suo amico atlantideo.
- Sei impaziente eh? Eppure non sembri deperito dopo tutti questi mesi lontano dalla tua isola! – Esclamò sorridendo. – Vieni allora, la navetta è pronta.
Quella discesa nelle brume notturne, gli riportò alla mente le vicende che lo avevano catapultato in una realtà inimmaginabile: la sera tranquilla che aveva deciso di dedicare all'osservazione, si era trasformata in una avventura dei sensi e della mente.
Il bolide argenteo che aveva visto solcare il cielo, era in realtà una nave delle stelle caduta in avaria.
I romani che fronteggiavano lo sconosciuto e l'arma misteriosa che folgorava gli uomini con la forza dell'elektron, e poi l'incontro con Kol e le sue rivelazioni, lo avevano inesorabilmente proiettato in un'altra esistenza e fra poco avrebbe rimesso piede nella sua amata patria, non più come filosofo ma come Antropologo sul campo, per conto del concilio scientifico di Atzlan.
Con una lieve scossa la nave prese terra, la dimora di Diocle sembrava aspettarlo paziente e fedele.
I due compagni scaricarono alcune casse, materiale scientifico che lo studioso aveva imparato ad usare sul mondo natio di Kol.
Depositarono gli oggetti nell'edificio e l'atlantideo diede gli ultimi consigli all'amico.
- Mi raccomando – gli ricordò Kol – Agisci accortamente, non rivelare a nessuno i segreti di cui sei a conoscenza.
Opera con prudenza e andrà tutto bene… in ogni caso, se ti troverai in difficoltà potrai comunicare con me attraverso la radio che hai dissimulata nel tuo bracciale.
I due si abbracciarono con vigore e si augurarono buona fortuna.
Quando Kol si allontanò a grandi passi sotto la volta stellata e silente, scomparendo nella notte, Diocle si rese conto di quanto si sentisse solo ed estraneo nella sua stessa patria.
- Devo organizzarmi – Meditò.
La mattina inondava di luce il paesaggio brullo e scintillante, l'odore del mare si snodava salato fra i lillatri e i cisti, svegliando ricordi giovanili.
Diocle amava la sua isola colma dei segni del suo passato, ancora oggi sognava sua madre e le carezze che ella donava quand'egli ferito, nel corpo o nell'orgoglio, posava il capo sul suo grembo e inumidiva di pianto fanciullo il candido peplo.
- Qua mi sarebbe impossibile perseguire gli scopi della missione, ho bisogno di studenti, devo fondare una scuola con laboratori e officine, organizzare la ricerca, allestire viaggi ed esplorazioni… -
La scelta cadde su Alessandria, città delle meraviglie e fucina di cultura, là avrebbe trovato tutto quello di cui aveva bisogno.
Nella gloriosa e magnifica biblioteca, faro di ogni sapere, ben presto Diocle si costruì fama di profondo sapiente, forte delle conoscenze apprese ad Atzlan ma anche del suo acuto intelletto.
Ampi edifici sorsero sotto la sua supervisione: dormitori con ampi giardini e sale luminose, palestre, officine attrezzate con i migliori strumenti, sale di scrittura e lettura, persino un piccolo cantiere navale dove avrebbe sperimentato e costruito nuovi tipi di natanti, adatti alle grandi traversate.
Gli studenti facevano a gara per entrare nelle sue grazie, Diocle insegnava senza posa e non risparmiava mai un consiglio.
Nei laboratori era tutto un fermento di attività, si sperimentavano le proprietà dell'ambra e del vapore, si studiava l'anatomia di uomini e animali e la notte vibrava delle voci di studiosi intenti ad osservare il moto degli astri.
Intanto il filosofo si creava attorno una ristretta cerchia di fedeli, uomini curiosi ed intelligenti, il nucleo della sua missione.
Li preparava alle arti dell'antropologia ,secondo le metodologie che Kol gli aveva insegnato.
Quando le prime navi attrezzate con motori a vapore sarebbero state pronte, i prescelti avrebbero fatto rotta per le terre lontane e sconosciute, avrebbero disegnato nuove carte nautiche e studiato le civiltà di ogni parte del mondo.
La navigazione oceanica però abbisognava di molte innovazioni, orologi affidabili e apparati per seguire la rotta, un nuovo metodo di cartografia, mappe stellari accurate, sistemi per la conservazione del cibo, navi robuste e veloci e tantissimo oro.
I frutti della fucina di sapere che Diocle aveva creato, non tardarono ad arrivare. Le nuove idee che con arguzia aveva saputo introdurre nelle menti dei suoi seguaci, si trasformarono in sorprendenti manufatti.
Lui stesso aveva progettato un complicato orologio meccanico compatto, che segnava e prevedeva i principali eventi astronomici: le fasi della luna e il cammino dei pianeti conosciuti nella volta celeste.
La voce si sparse in tutto il mondo conosciuto e i commerci ad Alessandria si intensificarono, facendo affluire fiumi d'oro nella casse del regno… e in quelle di Diocle.
Le navi oceaniche prendevano forma nel cantiere, molto più grandi della norma, avevano alte murate e chiglie rivestite di piombo ma quel che più sorprendeva era la mancanza di velature: come avrebbero fatto a solcare i mari?
Diocle d'Anticitera diede gli ultimi ritocchi al suo più prezioso congegno, si rammaricava di non poter inserire un moto automatico nei dispositivi ma i tempi erano troppo prematuri.
Si sarebbe accontentato di azionare i rotismi con le dita.
- Che ne penseresti di questo Kol? – Domandò a se stesso compiaciuto.
Pose il delicato complesso meccanico in un cofanetto di legno di cedro, le iscrizioni nel bronzo erano incise in una lingua sconosciuta sulla Terra.
Cinque cursori mobili disegnavano la loro corsa in celle circolari disposte attorno ad una iscrizione: "Itz", il terzo cerchio graduato recava la scritta "Atzlan".
- Il mio dono per te Kol, un orologio perpetuo che rappresenta il tuo sistema natale. - Il suo cuore sorrise.
Filino di Cos entrò di corsa nella sua officina privata.
- Vieni maestro! – Grido eccitato. – E' tutto pronto per la dimostrazione.
I due attraversarono l'ampio giardino, dall'edificio antistante una nube di vapore sbuffava dall'alto camino bronzeo.
Alcuni studenti seguivano gli ordini dei più anziani.
L'aria del locale sembrava impregnata di un vento di scirocco tanto era calda.
Una mano sollevò una leva e con un acuto stridio, la macchina saldamente fissata ad una struttura di quercia si mise in moto: il primo motore a vapore della storia dell'umanità sbuffò allegramente.
Ci furono abbracci e grida, l'entusiasmo percorreva i volti di quegli uomini votati alla conoscenza.
Diocle si congratulò e si compiacque.
Presto avrebbero attrezzato le navi con i nuovi propulsori e l'esplorazione sarebbe cominciata.
Sul ponte della nave Diocle si domandava quando sarebbe potuto ritornare ad Alessandria; tre giorni addietro, un messo latore di una richiesta del re di Candia, l'aveva pregato di imbarcarsi per l'isola.
Alle sue domande l'ambasciatore rispose che si trattava di urgenti affari di stato e che altro non sapeva.
- La nave trasporta mercanzie, senz'altro una copertura - Pensò. – Candia è ancora indipendente ma costretta a continui compromessi con le potenze del mediterraneo e dell'Asia, presto o tardi cadrà sotto il giogo straniero…
La chiglia del mercantile scivolava sulle acque schiumanti, dondolando lo studioso assorto nelle sue riflessioni.
All'improvviso delle grida irruppero nel silenzio cigolante della navigazione.
- Vele in vista!-
- Quante marinaio?-
- Tre, no, quattro! –
Gli ordini sibilarono veloci.
La grande tela quadra si afflosciò all'ordine d'ammainamento, i rematori presero posto sugli scalmi, i muscoli tesi allo spasimo.
Nel frastuono generale, si poteva udire il cupo ritmo dei tamburi che dettavano il ritmo alle galee da guerra.
- Sono pirati! –
Il comandante della nave tentò di divincolarsi dall'accerchiamento spronando i suoi uomini, i rematori inarcavano le schiene rese viscide dal sudore della paura.
Diocle accostò il bracciale alla bocca, - Kol, sono attaccato! – Aspettò. Nessuna risposta.
Le frecce sibilarono mordendo il legno delle murate e graffiando il cuoio degli scudi, poi trapassarono le carni e il sangue scorse sul ponte, mescolandosi alle acque.
Le urla si fecero più eccitate, mentre i pirati si preparavano ad abbordare il mercantile debolmente difeso.
Presto un rostro di quercia rivestito di metallo sfondò lo scafo, facendo volare schegge lignee ovunque.
Rampini, daghe e lance guizzavano sul ponte, il cozzo con gli scudi assordava e terrorizzava i difensori sopraffatti in numero, la battaglia sarebbe volta presto in favore degli assalitori.
Il sole impietoso e indifferente dardeggiava sugli elmi incrostati di sangue e sale, quando un ombra lo eclissò.
Un enorme uccello mugghiante piombò sul teatro di guerra, il rombo delle sue ali di fuoco ammutolì i combattenti.
Gli uomini, alla vista di quel mostro, si trasformarono in statue di sale poi lo smarrimento si trasformò in terrore spronandoli alla fuga. Molti si gettarono fra i flutti, altri conservarono abbastanza senno da precipitarsi alle galee pirata.
I tamburi ripresero a rombare a ritmo frenetico, la nave speronatrice riuscì a disincastrarsi dallo scafo squarciato e a velocità sorprendente si allontanò verso il mare aperto insieme alle altre.
Il mercantile non più sostenuto dal rostro ,prese ad imbarcare acqua e ad affondare col suo carico di mercanzie e corpi maciullati.
Un uomo dal capo imbiancato emerse dal ponte inferiore con una daga in mano, il volto insanguinato.
Kol, con una audace virata, accostò il relitto e comandò alla nave di aprire il portellone di accesso.
Una cima apparve sopra la testa dello studioso che l'afferrò al volo.
Si sentì sollevare e guardando in basso, vide la nave di Candia scomparire fra i gorghi insanguinati del mediterraneo.
Kol ordinò allo shuttle orbitale di portarsi in alta atmosfera e corse dall'amico.
S'abbracciarono. L'atlantideo, rassicurato da Diocle sul suo stato, lo accompagnò a sedersi.
Avevano molto da raccontarsi.
- Peccato – si rammaricò Il filosofo prima di accomiatarsi – avevo portato per te un regalo speciale ma temo ormai che sia diventato un grazioso ornamento di qualche tritone.
Risero di gusto, salutandosi, mentre la navetta posava le sue ali in una deserta spiaggia alessandrina.
Due anni dopo, Diocle e il suo seguito salparono da quel lido fra il clamore del popolo, alla volta delle colonne d'Ercole.
Furono i primi uomini a raggiungere le terre oltre oceano e il filosofo, in onore del suo amico, decise di chiamarle "Terre alte di Atzlan".
Il professor Derek de Solla Price rimase perplesso, quel cumulo di rame ossidato del I° secolo avanti cristo appariva quanto mai sorprendente.
Scorse ancora la documentazione del ritrovamento e le perizie che risalivano ad alcuni decenni fa. Dal ritrovamento avvenuto nell'anno 1900 erano trascorsi ben cinquant'anni.
A quel tempo, un battello greco per la raccolta di spugne, a causa del mare grosso sbatté violentemente sugli scogli e perse il prezioso carico.
Nei pressi dell'isola di Anticitera, il tentativo di recupero svelò adagiato sul fondo marino, a sessanta metri di profondità, il relitto di una nave di epoca romana.
Fra i molti reperti consueti per un mercantile che solcava il mediterraneo in epoca antica, gli archeologi rinvennero un manufatto metallico ed incrostato.
Ed ora il professor Price se lo rigirava fra le mani eccitato.
- Possibile che sia proprio cosa penso? –
Dopo anni di ricerche il professore pubblicò il risultato dei suoi studi.
Il meccanismo di Anticitera, cosi battezzato a causa del luogo del ritrovamento, appare essere un precisissimo orologio astronomico, capace di riprodurre i moti dei pianeti e le fasi della luna.
Molte delle parti meccaniche che lo compongono appaiono straordinarie e incongrue con l'epoca cui le iscrizioni lo farebbero risalire: 87 a.C.
Altre stranezze sorprendenti però colpirono la fantasia del professore.
Perché mai, col semplice movimento di una leva, alcune iscrizioni si trasformavano in altre e per giunta in una lingua sconosciuta, e perché il cursore lunare invertiva il moto di rotazione?
Rotolandomi fra lingua e palato le ultime dichiarazioni papali su ateismo,organizzazioni internazionali e ruolo della scienza nelle società, ho assaporato quel retrogusto amaro e dolciastro che il fumo delle carni, prima straziate e poi date in pasto alle fiamme "mondatrici di peccato", doveva lasciare entro le bocche e i nasi degli spettatori, costretti a inalare, in rapidi respiri, l'aria ammorbata dai roghi di eretici e streghe: liberi pensatori, eccentrici, emarginati, omosessuali, diversi dati in olocoausto al signore degli eserciti in nome del cristo re per volere del sommo pontefice.
Afferma Ratzinger che il mondo ha un drammatico bisogno di dio e spiega che "la scienza non è in grado di redimere l'umanità". Critica le organizzazioni intenazionali accusandole di relativismo, sottintendendo che vi è una sola morale capace di guidare l'uomo nelle scelte etiche per il bene dell'umanità. Infine, accusa l'ateismo di portare nient'altro che male attraverso le ideologie che una simile visione del mondo ispira all'umanità. Quest'uomo è invercondo: non ha alcun pudore intellettuale, muove la lingua col muscolo dell'arroganza, offende le coscienze sensibili alla reale bellezza dell'universo.
Si è dimenticato forse costui della storia della religione del quale è capo? E' dunque ignorante di quella delle religioni del libro? Parrebbe di sì ma poiché tale eventualità è impossibile, se ne dovrebbe dedurre che è un falso o un ipocrita. Intanto non esiste l'ateismo, non vi è una ideologia, una filosofia dell'ateo, caso mai esistono filosofie che inducono ad avere una visone personale del mondo atea. La qual cosa è molto differente, infatti, l'ateo non riconosce alcuna autorità morale alla quale conformarsi se non quella espressa dalla propria coscienza. Risultato di un percorso esperenziale (sensuale e intellettuale) che lo porta ad assumere su di sè la responsabilità del proprio agire e del proprio pensare. Quindi l'ateismo non esiste ma di certo esistono e sono esistite ideologie prive dell'ipotesi di dio alla loro base. Una di queste in particolare il papa condanna, così come fece il suo predecessore: il comunismo. I vertici della religione cattolica compiono sovente un'operazione sporca, confondono l'idea ispiratrice con l'attuazione pratica. Ora, si sa bene che il comunismo reale è fallito in ogni dove e per molteplici ragioni, non solo è fallito ma ha prodotto sofferenze incalcolabili, sopraffazione e morte. Sfugge il passo logico per cui, il fallimento dell'attuazione di una ideologia di ispirazione atea, doverebbe implicare l'insufficienza di ogni possibile ideologia o progetto sociale, o visione del mondo che parta dall'inesistenza di un creatore fatto persona. Eh sì, perchè, se dobbiamo valutare la bontà di un principio sulla base del fallimento delle sue applicazioni pratiche nel mondo reale, la religione del sommo pontefice, le religioni del libro e in genere, ogni altra religione mai apparsa sulla Terra, hanno miseramente fallito in ogni dove, in ogni tempo e per centinaia di volte, producendo un numero incalcolabile di guerre atroci, sofferenze, ingiustizie e sopraffazioni di ogni tipo. Seguendo lo stesso metodo logico, dovremmo a questo punto concludere, e in primis lo dovrebbe fare proprio Benedetto XVI, che la religione in quanto tale, per una qualche natura intrinseca è, a maggior ragione, insufficiente a rispondere ai problermi dell'umanità. Già... ma in questo caso si dovrebbe ammettere pure che la religione non può essere inspirata da dio, ovvero che non esiste alcuna entità ad esso assimilabile. Dubbia e sospetta è anche la frase detta dal papa in un discorso rivolto a degli ammalati in un ospedale nel quale spiega che "...la scienza non è in grado di redimere l'umanità..." Parafrasando un comico di una nota trasmissione di qualche anno fa mi vien da esclamare: " ma cosa avrà voluto dire?!" Si rende conto il nostro Ratzinger che la scienza non è una delle tante confessioni religiose del pianeta, bensì uno strumento intellettuale, capace di indagare il mondo alla scoperta dei nessi fra gli eventi? Che senso ha il solo pensare che la scienza (attraverso quali ministri poi?) voglia redimere l'umanità?! Il sospetto è che i capi religiosi si rendono ben conto che l'approfondita conoscenza dell'universo e della sua intima struttura sempre più svelata dalla scienza, porta l'essere umano sempre meno ad accettare per buone, visioni deistiche partorite dalla mente di pastori e contadini vissuti migliaia di anni fa. Il capo della chiesa cattolica ha una missione, evangelizzare il mondo, che poi in soldoni vuol dire convincere tutti gli uomini che esiste un dio solo, che egli è il suo portavoce perché lo stabilì (invero in un modo un poco sibillino...) duemila anni fa un tizio proclamatosi figlio di dio e che questo unico dio ha stabilito dei comandamenti che ognuno è tenuto a seguire pena la condanna all'inferno. Ne discende che vi è una sola verità con la "V" maiuscola, che il papa ne è il custode (infallibilità ex-catedra) e quindi vi è una sola morale che è poi quella dettata da dio e interpretata dal vicario terreno vigente. Risulta quindi intollerabile che gli stati del pianeta esprimano organizzazioni internazionali che relativizzano le tante Verità d'origine divina ritenendole equipollenti, dimostrando così che è possibile agire per il bene dell'umanità, anche senza conformarsi a un modello etico derivato da una religione rivelata. Questo è in sintesi il relativismo culturale: mettere tutti sullo stesso piano per essere nella condizione di poter ascoltare le ragioni di ciascuno e intanto costituire un terreno minimo comune per agire in aiuto dei poveracci del mondo, che soffrono quasi esclusivamente per stolte diatribe di matrice religiosa... ovvio che questo modo di interpretare il mondo non vada giù al capo degli evangelizzatori che da sempre hanno utilizzato l'aiuto ai poveri per reclamizzare la propria personalissima Verità rivelata...
Forse l'odore acre delle carni martoriate e carbonizzate è una reliquia truculenta del passato e quello che sento, che annuso, è solo il riverbero d'un odore di qualche libro che qualche fanatico ha bruciato, senza troppo chiasso in un falò, insieme a quattro imbecilli come lui ma attenti! Si comincia col bruciare una pagina e si finisce per bruciare, dopo lo scrittore, anche i lettori incauti che, non togliendo il naso dalle pagine che stanno leggendo, non s'accorgono da che odore è impregnata l'aria che tira...

Il cocomero è il frutto estivo d'elezione, forse non è proprio un frutto ma va bene lo stesso.
Quando lo mangi è fresco e zuccherino e ti dona quella sensazione di "gonfio" allo stomaco che ti riconcilia col mondo (o quasi). Sarebbe bello se tutti avessero il loro cocomero.
Sarebbe bello anche che io avessi il mio, ti consola e ti conforta, il suo succo, e anche se ha i semi poi li sputi e nascono altri cocomeri.
E' bello e buono, verde di fuori e rosso dentro.
Anche il suo peso è piacevole, un cocomerino di tre etti mi deprimerebbe, invece l'anguria riempie la borsina di plastica e le dita ti si gonfiano, strizzate dai manici tesi e stirati, che soddisfazione quando lo posi sul tavolo di cucina e fa TONK!
Lo puoi fare a fette sottili, trasparenti, tanto che ci puoi vedere attraverso, carneo e roseo, il mondo soffuso da un alone.
Oppure puoi tagliarlo a spicchi così grossi che quando ero piccolo, era una sfida finirli.
Se ci bussi sopra suona rotondo, ha un rumore elastico che rimbomba, contiene segreti.
E' sempre abbondante, ci si può mangiare in due senza preoccuparsi che finisca e ci si può giocare fra uomo e donna dei giochi dell'amore.
Tutti aspettano al tavolo la loro fetta e ognuno fa come crede, si mangia a morsi oppure col coltello: qualcuno si trastulla ed altri vogliono il bis.
Il cocomero è come la vita che agli ultimi morsi è un po' acida e acquosa ma ha la polpa crocchiante e dolce... o no?
Qualche giorno fa ebbi a discutere del valore del non-voto. Il mio interlocutore se l’era presa con gli italiani trovandoli ridicoli, perchè sempre pronti a lamentarsi dei governi e poi altrettanto pronti a mettere sempre le stesse crocette ai soliti partiti. Concludeva sentenziando, che gli italiani hanno i governanti che si meritano, in quanto rappresentazione fedele dei medesimi. Volli dichiarargli (io italiano) la mia terza via: non votare. Mi rispose che non avevo capito qual era il punto. E infatti questo sarà l’argomento de “il punto” votare o non votare? L’ho già scritto, io non voto; non voglio legittimare con un mio gesto l’azione di governo di uno qualunque dei due poli. In questi anni, con la fine ingloriosa della prima repubblica e l’avvento della seconda, abbiamo potuto tutti con mano toccare i profondi cambiamenti che la nostra politica a messo in atto, in un volgersi virtuoso delle coscienze dei capi partito e dei funzionari di governo al bene pubblico. La balena bianca colpita a morte dall’arpione della giustizia, disperse in un colpo di pinna quel famoso pentapartito che, complici le vecchie tribune elettorali, tormentava le mie serate televisive adolescenziali, lasciando il posto a questa politica nova, così etica, da rendere indistinguibili i nostri onorevoli rappresentanti… Come si fa a non votare questi esempi illuminati di giustizia sociale, i quali hanno reso possibile una sperequazione edilizia tale che, una soffitta di 60 mq. al 5° piano senza ascensore, acquistata negli anni ottanta per 9 milioni, vale adesso almeno 30 volte tanto? Lo stipendio di un lavoratore medio, se fosse rivalutato alla stessa maniera, dovrebbe corrispondere a circa 9000 euri e, come tutti sanno, un metalmeccanico o un impiegato delle poste, superano ampiamente tali emolumenti. Che dire poi del valore d’acquisto dello stipendio che quei campioni dei nostri rappresentanti hanno strenuamente difeso, tanto che un impiegato, negli anni settanta, con quello a malapena campava una famiglia di quattro persone, mentre oggi può tranquillamente non arrivare a fine mese da single. E quanto sono migliorati i servizi! Sanità a pagamento da gratis che era, pensioni da fame anche con quarant’anni di contributi, pressoché totale mancanza di assistenza a disabili e anziani, soppressione sistematica dei diritti del lavoratore. Fortunatamente ho potuto assistere, attraverso le reti televisive del nostro ex presidente del consiglio, alla nascita di questo meraviglioso mondo nuovo, dove, se non lavori almeno in un ufficio, non esisti neanche negli spot pubblicitari. Centrodestra e centrosinistra -mi sovviene alla mente la vecchia canzone di Gaber, ancor più attuale- s’inchinano al mercato per pentirsene amaramente appena volgono gli occhi a quell’abbacinante palazzo assiso in Vaticano: ma è un pentimento che si lava via con poche lacrime di coccodrillo, prontamente versate per qualche disastro annunciato sul versante delle infrastrutture, realizzate nel modo peggiore possibile (se realizzate infine) al costo più alto possibile. I nostri candidati promettono da laici e mantengono da preti, si riempiono la bocca con la ricerca e l’innovazione e tolgono fondi e dignità a scienziati e istituti. Ci ritengono così incapaci di discernimento, che per legge elettorale non possiamo più distinguerli gli uni dagli altri. Dobbiamo limitarci a sparare nel mucchio con una bella croce, e aspettare poi i giornali per sapere chi effettivamente abbiamo mandato a governarci. L’ultimo passo che verrà ce lo spiega P. Dick :quel futuro disilluso pennellato in “Lotteria dello spazio” non è poi così lontano, basta una ruota della fortuna e Mike Bongiorno: già possiamo immaginare chi sarà il Quizmaster. Ecco perché non voto mio caro interlocutore: per scongiurare un futuro da fantascienza!
| Bagnasco: nuove scritte a Bologna |
| In garage centro commerciale, ingiurie anche contro il Papa |
(ANSA) - BOLOGNA, 12 MAG - Due nuove scritte, contro il presidente della Cei, mons. Angelo Bagnasco, e contro il Papa, sono comparse a Bologna. Nel garage del centro commerciale 'Officine Minganti' di via della Liberazione, alla periferia della citta', qualcuno ha tracciato sui 'parcometri' le frasi 'Bagnasco vergogna' e 'Ratzinger vergogna'. La comparsa delle due frasi sarebbe recente, ma non e' chiaro se sia avvenuta in concomitanza con il 'Family Day' (FOTO ARCHIVIO |
Ma secondo voi, dire a qualcuno: " VERGOGNATI!" è un'ingiuria?! A me pare proprio di no, semmai un'esortazione a considerare il proprio operato alla luce della propria coerenza.
Grazie a dio sono ateo!
C’è una guerra sotterranea tra irriducibili. Talvolta qualche eco di battaglia giunge alle pagine dei quotidiani, suscitando momentanei scalpori, come quando si volle togliere l’evoluzionismo dalle scuole, suscitando la viva protesta di docenti e scienziati. E’ una lotta tra due modi di interpretare il mondo, di essere Uomini, di pensare l’esistenza. Le battaglie sono state innumerevoli, vedendo prevalere ora l’una ora l’altra fazione in ogni luogo del pianeta, attraverso i secoli. I contendenti appartengono a ogni ceto sociale, non vi sono distinzioni di sesso, età, colore di pelle. Ciò che li vede contrapposti è impalpabile, è un concetto ma così fondamentale per cui tutte le idee ne sono permeate, sia che si aderisca all’una o all’altra scuola. Questo concetto, meglio, questi due modi opposti di pensare l’esistente, spaccano letteralmente il mondo degli uomini in due blocchi contrapposti, come l’eterna lotta fra Ahriman e Ahura Mazda divede il cosmo dall’alba dei tempi.
Alcuni individui credono che vi sia un principio superrazionale a guidare la creazione e l’Uomo in qualche modo ne è specchio, riflettendo in se, e quindi nel proprio modo di intendere le cose, lo stesso principio: un principio ispiratore del cosmo e dell’Uomo che vada oltre la ragione. Vi sono persone invece, le quali affermano di intendere il mondo proprio esclusivamente mediante ragione. Per dirla con una frase celebre: tutto il reale è razionale, imponendo così il primato al logos come unica fonte di conoscenza e interpretazione della realtà. Recentemente il papa ha voluto riaffermare con forza il principio del superrazionale, essendo egli custode e difensore di una verità rivelata che è imperscrutabile alla ragione, ribadendo il concetto della unicità dell’uomo nel mondo animale, mentre la scienza, attraverso la genetica e la paleontologia molecolare, trova sempre meno ragioni per mantenere l’essere umano in un limbo privilegiato, stabilendo che gli scimpanzè comune e bonobo sono sostanzialmente simili a noi, tanto che saremo tutti classificati come specie homo.
Rintracciando nella storia delle molecole i semi della cultura che, spuntati venti milioni di anni fa, hanno germogliato in noi più rigogliosamente che in altri mammiferi, gli scienziati affermano che le differenze sono soltanto di tipo quantitativo ma non qualitativo. (Come del resto già supposto da Darwin.) L’anima, (curioso che gli animali non l’abbiano…) è prerogativa esclusiva della nostra specie, che però si è evoluta come un pinguino… affermerebbe il sommo pastore, così come afferma l’esistenza di una fantomatica famiglia naturale, composta da due genitori di sessi diversi e da figli, che in natura non si verifica, stando a vedere i nostri parenti stretti scimpanzè… Per gli stessi motivi che vanno oltre la ragione, viene affermato che il divorzio è peccato, che l’eutanasia è contro natura (ma se l’universo intero è fondato sulla morte?!) e pochi secoli fa (per gli stessi principi) che la Terra era piatta e poggiava su quattro elefanti e tutti i pianeti, il sole e le stelle fisse gli ruotavano attorno… I pacs, l’eutanasia, il divorzio, l’aborto, sono tutti faticosi frutti dell’albero della ragione (lo stesso per il quale fummo scacciati dal paradiso?) laica, così come la medicina moderna, la scienza, la democrazia. Chi si affida alla ragione, vuole dare libertà alla coscienza di ciascuno ma allo stesso tempo responsabilità delle azioni, e del pensiero. Tutte facoltà temute da chi ripone nell’irrazionale il fondamento del proprio essere e percepisce come minacce da distruggere. I venti feroci del fondamentalismo, anch’essi frutti avvelenati del pensiero superrazionale, soffiano ancora troppo vicini sia da oriente che da occidente per non aver paura per il futuro prossimo venturo. E io ho molta paura.
Si fa un gran parlare nei media della legge che regolerà le unioni di fatto nel nostro paese, cioè di tutte quelle unioni fondate sull’affetto che non siano riconducibili ai due format tradizionali di matrimonio religioso o civile. Come al solito le posizioni sono variegate e si va dalla intransigenza più assoluta nel negare diritti (e doveri) ai cittadini che scelgono di non sposarsi ma di convivere, fino al malcontento di chi pretende riconoscimenti ben più rilevanti. Sostanzialmente la legge regolerà questioni d’eredità, stabilendo quote spettanti al convivente in relazione a eventuali figli, reversibilità della pensione, affitto dell’abitazione, e, dall’altro versante, affida al convivente alcune prerogative tradizionalmente associate al matrimonio, come, per esempio, la possibilità di prendere decisioni in materia di assistenza sanitaria o in caso di morte. Si precisa tra l’altro che: Nel rispetto dell’art. 29 della Costituzione e nella linea già tracciata dalla giurisprudenza costituzionale, il disegno di legge non prevede alcun nuovo istituto giuridico o strumento amministrativo che possa ledere i diritti della famiglia o prefigurare istituti paramatrimoniali. Trattasi, a mio modesto parere, di una leggina, il minimo indispensabile che uno stato ha il dovere di fare verso tutte quelle persone che, per i casi della vita, si son trovate a vivere l’affettività in modo diverso da quelli canonici. Eppure… anche così, la chiesa con la cì minuscola ha tuonato contro la modernità. Per bocca di alti prelati ha ordinato ai fedeli di combattere, affinché una simile legge non abbia a passare. Perché? Che gliene importa a codesti figuri medievali, se due divorziati da matrimonio civile convivono, o lo stato stabilisce che la signora y ha diritto di parola sulla sepoltura del signor x? Che gliene cale se due omosessuali vedono riconosciuta ufficialmente la loro convivenza? Ho subdolamente pensato che in fondo qualche ragione ci deve essere, per esempio, il fatto puro e semplice che una società costituita da coppie DICO non significherebbe la fine della società e che, anzi, potrebbe persino andar meglio. Significherebbe forse la fine della chiesa stessa: chi, infatti, insegnerebbe ai figli ad andare in chiesa? Chi inculcherebbe nei giovani germogli il sano timor di dio? Chi, voltate le spalle alle vecchie istituzioni familiari, vorrebbe la propria discendenza ancora abbarbicata a una idea di società e quindi di mondo, appartenente a quel passato che ostinatamente la chiesa cattolica romana vuole riportare in auge? Pare ovvio che, in un breve volgere di tempo, venendo a mancare il cosiddetto ricambio generazionale, la chiesa si troverebbe a subire una delle peggiori crisi della sua storia bimillenaria (non dimentichiamoci che dalla costituzione europea è stata estromessa come una delle radici fondanti). Stupisce la mia intelligenza, il fatto che la storia non abbia insegnato alla gerontocrazia vaticana, quanto inutile e fomite di sofferenze sia andare contro le istanze etiche e culturali di una società in perenne divenire qual è la nostra. Basti ricordare il processo a Galileo, a Giordano bruno e la continua, estenuante controversia contro il darwinismo che non accenna a spegnersi, nonostante 150 anni di prove raccolte in favore della teoria dell’evoluzione e in tempi più recenti, la contrarietà al divorzio, all’aborto, alla contraccezione, all’eutanasia. Mi pare di poter affermare che la chiesa moderna, lungi dal modernizzarsi, stia cadendo nella tentazione del fondamentalismo, in reazione a quel relativismo tanto temuto da chi fonda la propria esistenza su valori forti e assoluti ma proprio per questo, sempre più lontani dalla realtà in divenire.